Io nella mia vita ho vissuto tante esperienze ma una di queste in particolare mi ha colpito di più nella mia mente ed e’ stato quando nel mese di ottobre del 2005 mio padre si è dovuto sottoporre ad un intervento chirurgico un poco delicato in quanto si tratta di un tumore allo stomaco e tutti lo davano per spacciato in quanto cardiopatico e in quel periodo ho potuto provare che cosa vuol dire essere padre e figlio perché ho passato vicino ha mio padre otto giorni di ansia fino alla sua ripresa ma con l’aiuto di nostro signore Gesù Cristo abbiamo superato bene in quanto mio padre aveva 84 anni di età e’ per me posso dire che e’ stata una bellissima esperienza fatta ed ho provato l’affetto che ci lega padre e figlio, quello che secondo me manca oggi.

Sebastiano

Città Viola 24 giugno 2011 Intravvedo sprazzi del “prima” filtrati da anni di sguardi dietro a porte rosse. Sono entrata in punta di piedi e sono stata attraversata da fiumi all’ apparenza tranquilli dei quali, solo ora, scorgo le terribili correnti sotterranee, i gorghi, gli scogli appuntiti. Guardo e mi accorgo che non sono più sulla riva ad osservare, ma già le mie gambe sono immerse nell’ acqua gelida e sento sulle mie caviglie i movimenti sotto la superficie. Ho raccolto parole preziose in uno spazio che sembra essere fuori dal tempo, ma dal tempo è stato plasmato in ciò che è ora. Osservo un camminare che vi porta ad arrivare fino a ridosso dei confini imposti dallo spazio della nostra stanza, avanti ed indietro, fino ad arrivare col naso incollato al muro, quasi voleste sfruttare tutto in quello spazio che vi è concesso. Porte, cancelli e controlli segnano il mio entrare ed uscire in gesti che ormai sembrano essere diventati routine. Lacrime negli occhi di una ragazza uscita da un colloquio, il tempo di attesa in un piccolo spazio delimitato da cancelli chiusi, aspettare che qualcuno li venga ad aprire, un volto circondato da capelli rasta occhi chiusi e parole sconnesse intravisti da dietro le sbarre, la voce forte di una guardia che rimbomba nel corridoio infrangono l’illusione di routine della mia presenza.

Colgo frammenti di una vita che non conosco, frammenti che, con la forza di un’onda che si infrange sugli scogli, distruggono le poche idee che avevo sulla vita “dentro”. Tempi che non sono tempi, scanditi da piccole incombenze quotidiane che qui assumono dimensioni alterate, la fatica immensa degli spazi obbligatoriamente condivisi…un fiume che ha in sé il costante pericolo dell’ esondazione rovinosa se solo si riesce a guardare oltre al riverbero della superfice. Il sotterfugio che da arma di sopravvivenza diviene prassi e mentalità condivisa (o è il contrario? il perpetuarsi anche qui di un modo di ragionare che fin qui vi ha condotti?). Apro la “nostra” porta, pareti lilla, la finestra con le sbarre, computer e disordine di carte, la lavagna ed i titoli delle pagine del sito che hanno sostituito i titoli del video … strette di mano e sorrisi, una crostata alla ricotta che magicamente esce da una valigetta di plastica…uno spazio fuori dallo spazio ristretto in cui siamo costretti a vivere il nostro tempo, che è fuori dal tempo. “Vorrei tanto venire con voi, uscire da qui” parole che pesano per l’infinità del tempo che racchiudono nel loro risuonare… Vivo intensamente il tempo che ci è concesso, unico e irripetibile, ricco del fare insieme e di parole e sguardi che ogni volta cambiano, si fanno più profondi, permettono di scoprire qualcosa in più, condivido la fatica di questo concedersi in un rapporto che dura lo spazio di un respiro. Lacerata dal timore che tutto questo sia solo una maschera… Se ognuno di noi ha recitato una parte è più facile affrontare l’idea che le nostre impronte saranno cancellate dalla prima lieve onda che accarezza la spiaggia Ma io non sono capace di recitare, e mi resta la sensazione che ci sia stato concesso troppo poco tempo.

Il distacco

Il distacco dalla propria origine, dagli affetti più cari, per motivi di studio, lavoro e via dicendo provoca una devastante sofferenza. Il vuoto affettivo causato dell’allontanamento dai propri attaccamenti, per motivi giudiziari (quello preso in esame), causa altrettanta sofferenza. Sicuramente, in quest’ultimo caso, in parte, vi è la consapevolezza di una scelta sbagliata che può portare a tale separazione. Pertanto si potrebbe pensare che l’’essere coscienti di potersi imbattere nel dolore, causato dal distacco, in parte allevierebbe le sofferenze che il sentimento in questione porta. In realtà, però, le cose stanno diversamente. Il trauma che provoca il distacco forzato per motivi giuridici è di una portata elevatissima. I penitenziari sono un mondo a sé, quando si varca quell’imponente muro di cemento armato, oltre alla libertà personale, viene meno soprattutto la dignità di una persona. Quindi, una creatura umana dotata di sentimenti, viene ridotta ad un involucro amorfo, peggio che un oggetto e come tale viene trattato. Questo è solo l’inizio di un logorante percorso di dolore sordo e profondo senza fine che nessun termine può circoscriverlo e contenerlo. Una persona in stato di detenzione è impotente, qualsiasi cosa capiti ad un proprio caro non può fare alcunché per aiutarlo o semplicemente per starle vicino.

Tale condizione provoca uno strappo nel cuore e nell’animo del recluso che mai potrà rimarginarsi, resta una ferita indelebile nel più intimo dell’’anima che si riapre di tanto senza preavviso. Inoltre, i sacrifici che affrontano i familiari dell’internato per seguirlo e sostenerlo in tutte le sue esigenze, provocano un dolore nel cuore dello stesso, che talvolta si sente un peso, motivo di sofferenza per le persone che ama più della propria vita. Una creatura che sopravvive in stato di restrizione, dotata di valori e sentimenti, come e talvolta di più di chi l’ha condannato, viene considerata meno che un oggetto; ciò è il male peggiore che si possa infliggere ad una persona. Tale distacco provoca un dolore talmente intenso, devastante che è impossibile descrivere. Solo chi lo vive in prima persona (e non tutti) può comprenderlo. La consapevolezza di quello che va perduto per sempre, i momenti di dolore o di gioia che non si possono condividere con le persone amate, causa un dolore acuto che devasta l’’anima. Nel distacco le sofferenze, in genere, inducono ad una riflessione e crescita più in profondità, si esplorano le vie del dolore e si raggiunge un maggiore livello di sensibilità e maturità. Tutte le separazioni, se affrontate con saggezza ed equilibrio, ci migliorano, ci consentono di vedere e sentire in maniera più profonda e cogliere la bellezza della vita e dei brevi momenti di felicità con maggiore pienezza. E con la stessa pienezza apprezzare le piccole e semplici cose, fino ad allora sottovalutate, ma che in realtà sono essenza di vita.