Rei-educazione

Rie-educazione

Quel sabato mattina il sole trascorreva il cielo, brillando le colline ridosso le mura di cinta. Era però quello un sole carnico, un sole “fresco”, che cioè non si lasciava cogliere sull’epidermide. Io l’occhiavo trapassando spesso lo sguardo di là della grata e, ancora, della rete metallica che incorniciava la finestra della mia prigione; le geometrie di quella trama di ferri cadevano in proporzione con studiata arte: dai due rettangoli della finestra, ai cinquantadue quadrati della grata, ai ben duemilacinquecentocinquanta della rete.

Frattanto che sorvegliavo il sole, tendevo pure l’orecchio alla voce di un mio compagno, che da almeno quindici minuti ascoltavo emettere lo stesso richiamo: “Agente, sette*: doccia!”. Separavano il mio compagno dal suo oggetto di desiderio (il locale delle docce, appunto) forse quindici metri di corridoio, ma ancora prima il robusto cancello della sua cella, serrato, tale e quale al mio, a doppia mandata.

“Agente, sette: doccia!” – ripeteva quindi, intervallando più tardi quel grido con una parolaccia. Io lo udivo chiaramente, poiché chiamava giusto dalla stanza di lato alla mia.

“Ci risiamo”, mi ero detto per mio, da subito, immaginando essere di servizio nella sezione l’agente che, a causa delle sue fattezze fisiche, avevamo preso a chiamare Pinpin (come il nano di …); un tizio questo che non potevi guardare più di tanto, ché subito metteva mano a fare rapporti disciplinari, ma su tutto ad attuare delle rappresaglie. E, vedete, la colpa di questo mio compagno era quella di avere osato, con lui, levare persino la voce. Da allora aveva preso a fargli fare “le ossa”, cioè a insegnargli che gli spettava senz’altro, ad esempio, di andare a lavarsi, ma che era lui a decidere quando potesse farlo.

Dopo avere trascorso un altro buon quarto d’ora ad ascoltare la cantilena del mio compagno, smettevo di attenzionare il sole e, vestito l’accappatoio, mi proponevo a mia volta in quello stesso verso: “Agente, nove: doccia!”, chiamavo, ripetendomi una sola volta. Trascorrevano un paio di minuti perché Pinpin, quel nanerottolo stempiato e secco uguale uno stuzzicadenti, comparisse di fronte la mia cella.

“Deve andare in doccia?” – chiedeva, senza però aspettare risposta, se è vero, come è vero, che nel mentre infilava la chiave nella toppa e m’apriva il cancello. Io guadagnavo così il corridoio e allora il mio compagno, appena due metri più in là, urlava: “ Agente, porco diavolo, pure io devo fare la doccia!”. L’agente non si voltava neppure a guardarlo, ma esclamava: “La doccia è piena!”; sicché richiudeva il cancello e prendeva filato a fare ritorno al suo posto di guardia, del tutto incurante del mio compagno, che continuava a chiamare “Agente! Agente!”, e di me che, fermo nel corridoio, lo guardavo raggiungere il suo sito; colà era ad aspettarlo un suo superiore, un brigadiere, al quale mi venne a mente di rivolgermi allo scopo di perorare la causa del mio compagno.

Il brigadiere, dopo avermi scortato nel suo ufficio, ascoltò quindi paziente il mio racconto, talvolta dandomi persino dubbio che stesse a darmi ragione, ma senza mai dire una sola parola, almeno fino a che io non ebbi finito di parlare.

“Guardi, io ho ben compreso qual è il suo problema, ma, ciò detto, lei che cosa vorrebbe che facessi?” – mi chiedeva allora.

“Potrebbe magari intercedere presso il suo collega sinché la pianti, no?” – rispondevo, ovviamente infastidito da quella domanda. Ma quello non si lasciava per nulla perturbare.

“Senta, mettiamo caso che io abbia una discussione con un suo compagno, lei, le chiedo, prenderebbe mai la mia parte?” – chiedeva. “No, certo che no!” – rispondevo.

“Vede!” – faceva lui, come se avesse centrato il segno.

“Vedo, vedo … certo che vedo: solo che io, differentemente da lei, non sono un rappresentante della legge, né un preposto alla rieducazione del condannato” – rispondevo, lasciandolo dipoi alle sue meditazioni.

Patrizio

 

la città viola di teresa

14 aprile 2011…nella città viola Sensazioni che mi assalgono e durano fatica a trovar parole

Cecilia mi fa notare che tutti gli orologi segnano un’ora diversa

Nessuno è fermo

Ognuno scandisce un tempo Il suo tempo Un tempo di attesa perché i controlli si compiano e le porte si aprano

Ambiente pulito

Quasi arioso

Sbarre alle finestre

Finestre grandi Colori, tenui, ma pur sempre colori

Murales, cornici

Porte rosse Chiavi d’oro

Grigio cemento

Verde del prato dove nessuno cammina

Bianco e giallo delle pratoline e del tarassaco in fiore

Il “mestiere” aiuta…

Questo è un luogo

E io di luoghi ne ho attraversati tanti

Assorbendone, in un tentativo di comprensione, ritmi, odori, atmosfere le “antenne del contesto” sono la prima modifica genetica impostami dal mio lavoro, crescono pian piano, quasi non te ne accorgi, pressocchè invisibili a molti, ti permettono di “intuire”, passaggio fondamentale per un, seppur minimo, tentativo di comprensione.

Nel massimo silenzio interiore possibile permetto a tutto questo di entrarmi dentro E’ sempre stato così in ogni luogo che ho attraversato, così ne ho intuito pericoli e infinite potenzialità.

Oltre ai cancelli Ai corridoi Alle attese …”collega!”

Oltre ad una porta rossa Entro nella città viola

Una città intera

Popolata di persone.

Anche di persone ne ho incontrate tante.

Alcuni mi hanno attraversata come uno spiffero d’aria

Altri come un forte profumo che resta nell’ aria anche dopo

Alcuni scalzi

Altri con scarpe chiodate

Tutti con una storia che è necessario condividere.

Persone

Che mi accolgono

Una, due, tre, tante strette di mano

Nomi sussurrati

Sguardi che ti guardano, che sfuggono, che ti fissano, che ti attraversano .

La mia voglia di ascoltare La loro fatica di raccontarsi.

Racconti più di gesti che di parole. Gesti che mostrano solo una metà di se stessi.

Vedo persone tagliate a metà da una linea invisibile

Eppur dannatamente marcata nei loro occhi.

Questo respiro nel loro respiro

Vedo agito nei loro gesti

Colgo inciso nei loro occhi.

Mi stanno attraversando persone consapevolmente divise a metà.

E nel trascorrere delle ore, più questa sensazione si definisce, più entro nella loro metà visibile, più l’altra si fa indefinita, quasi svanisce…eppure resta, e marca con un odore inconfondibile la nostra storia insieme.

Non conosco le loro storie, se non attraverso minuscoli frammenti cangianti che

Cecilia mi offre nei brevissimi attimi di solitudine.

Frammenti utili alla mia curiosità, come le diagnosi dei miei utenti, ma totalmente inutili nel contesto della relazione che si stà costruendo

Parole e pensieri che nella fatica di prender forma mi raccontano di loro quasi più del racconto della loro storia.

Li spingo, quasi li obbligo, ad uscire da se stessi per pensare ad altro, ad altri E attraverso gli altri pensare di nuovo a se stessi.

E in questa strada non li lascio soli un secondo

Camminiamo insieme una strada durissima, ma non si può mollare…

Scopro, con lo stesso magnifico stupore di sempre, la gioia di una sola parola, e condivido la fatica di dirla.

Raccontano di loro nell’ impegno di pensare e di tradurre in parole un pensiero che non gli appartiene ma che desiderano pensare.

Persone che mi hanno attraversata.

Il “mestiere” aiuta… Posso permettere loro di attraversarmi con le loro vite spaccate a metà

Posso aspettare che loro, forse, un giorno, mi permettano di fare altrettanto.

Quando offri un’occasione Sai che è solo un’occasione

Un attimo Un momento Forse una lama di luce che ravviva, per il tempo di un respiro, una penombra che dura tanti anni da avvolgere una vita intera.

Un lievissimo respiro di vento Che porta con se pochi semi dai più lontani confini della terra.

Per questo respiro di vento, per questa manciata irrisoria di semi mi ostino ad offrire “attimi”, ”occasioni”.

Corridoi con i loro colori

Porte rosse e cancelli

Chiavi d’oro

Controlli

Documenti

Armadietti

Sono fuori

Io

Che ostinatamente credo in un sospiro di vento

 

 

 

Rifiuti particolarmente pericolosi

(detenuti in fase di riabilitazione) 

Rifiuti particolarmente pericolosi

I paesi più avanzati e civilizzati hanno discariche all’avanguardia, in territorio nazionale non possiamo certamente vantarci di avere strutture degne di nota a livello tecnologico e d’efficienza. In ogni caso siamo in testa per quantità di ‘discariche’ rispetto alla popolazione complessiva; queste sono disposte in tutto il territorio con la massima cura. Io sono ‘orgoglioso’ d’essere Italiano, poiché se pur vero che, il nostro è uno dei paesi Europei messi peggio a livello ‘socio-economico’ e culturale ma, siamo in testa per numero e metodicità di tali strutture. Siamo fieri di questo primato e guai chi ce lo tocca, anche perchè è uno dei pochi che ci restano.

È opportuno rendere noto come sono realizzate, dove vengono collocate e, soprattutto, la funzione di tali strutture.

In certe circostanze queste sono situate anche all’interno dei centri urbani. Tuttavia negli ultimi 30 anni c’è la tendenza a collocarli nelle periferie, possibilmente su terreni aridi,tetri e paludosi, di cui alcun differente uso si potrebbe fare.

In pratica tali ‘‘depositi’’sono indispensabili in una società civile e, nel nostro bel paese tali istituzioni trapelano civiltà da tutte le parti. Queste strutture sono protette da una recinzione metallica all’esterno e da imponenti mura di cemento armato all’interno, su cui uomini particolarmente competenti muniti d’artiglieria vigilano giorno e notte.

Da fuori sembra una zona di guerra o, comunque, ad altissimo rischio di contaminazione, in realtà lo è, poiché in questi stabilimenti vi soggiornano rifiuti molto nocivi per la società. E siccome noi siamo un popolo molto attento e ci teniamo all’incolumità e il benessere fisico-psichico dei nostri connazionali, prestiamo particolare cura nel sigillare ermeticamente questi depositi. Infatti, i rifiuti in questione, all’ingresso classificati, numerati e successivamente collocati in apposite gabbie di ferro e cemento particolarmente sicure. Naturalmente in base alla pericolosità dei rifiuti si applicano contenitori più o meno robusti, di conseguenza disposti in sedi separate in base al loro livello di tossicità. In ogni sezione vi sono uomini particolarmente ‘‘specializzati’’ che vigilano 24/24 con dedizione e ‘professionalità’’.

Siamo orgogliosi dei politici e delle istituzioni per la sensibilità che mostrano nei bisogni del cittadini e si prendono cura ‘‘amorevolmente’’ di proteggere la popolazione inerme e perbene da bestiole feroci e velenose. Talvolta può capitare che per rendere inoffensive queste mostruose creature si ricorre a maniere e mezzi non del tutto legittime e decorose per una società civile, invero, per proteggere la popolazione onesta, fragile le prudenze non sono mai troppe. Se talvolta si ricorre a metodi poco decorosi per una società civile poco importa, l’importante è il fine non i mezzi che si utilizzano per raggiungerlo.

In conclusione è doveroso precisare che anche intorno a questo genere di discariche vi è tanta speculazione. In fondo che c’è di male per una società dove tutto è regolato in termini materiali? Mi vergogno di far parte di un sistema tanto indecente e, spero tanto che le persone che si reputano civili prendano coscienza, se veramente sono tali.

Antonio Pangallo

Un' esperienza

Purtroppo la vita e’ piena di sorprese, tante volte dal gusto amaro che lasciano la vita stravolta. A me in particolare e’ un periodo che me ne stanno capitando spesso. Il giorno 16\5\20011 faccio una telefonata come ogni 10 giorni a casa per sapere come stanno i miei famigliari e’ con un’ amara sorpresa, da 1500 km di distanza, mi sento rispondere da mia figlia –“ papà come stai, e’ morto il nonno Demetrio (che sarebbe mio suocero), non ti e’ arrivato il telegramma?- Mi sono sentito gelare il sangue perche’ mio suocero era di buona salute, e’ un padre e nonno esemplare. Questa e’ l’esperienza carceraria.

sebastiano